Michela Moretti – Dal numero 23 di Animal Health
Il decreto legislativo 4 marzo 2014, numero 26, che ha recepito la Direttiva 2010/63/ UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, afferma che gli animali utilizzati o destinati all’impiego nella ricerca scientifica possono essere reintegrati o reintrodotti in un ambiente adeguato alla loro specie: il cosiddetto rehoming.
Quali animali hanno il diritto ad iniziare una nuova vita? Quanta discrezionalità c’è da parte delle strutture utilizzatrici? E come funziona il percorso di affidamento? “Il rehoming diventa obbligatorio solo nel caso in cui si verifichino le condizioni che permettano il reinserimento degli animali”, spiega il biologo Giuliano Grignaschi, responsabile del benessere animale e della gestione degli stabulari presso l’Università degli Studi di Milano.
Quando si può procedere con il rehoming?
“La maggior parte degli animali utilizzati nella ricerca è geneticamente modificata per essere modello di specifiche patologie e, per questo motivo, non idonea al reinserimento. Si vuole evitarne la diffusione di colonie nell’ambiente, una situazione che non avrebbe alcuna giustificazione né utilità. Gli animali non modificati geneticamente, detti wild type, sono generalmente pochi e sono utilizzati come controlli negli studi: è soprattutto tra questi animali che troviamo quelli da includere nei programmi di rehoming”.
La valutazione della possibilità di reinserimento, per la quale è richiesto il parere del veterinario, dipende pertanto dal tipo di utilizzo che l’animale ha avuto durante la sperimentazione e dalle sue condizioni di salute. “Solo se le procedure non sono state invasive e non hanno causato problemi di benessere tali da compromettere la qualità della loro vita, possono essere dati in adozione”.
È essenziale stabilire se l’animale sia in uno stato di equilibrio tale da poter essere affidato a una famiglia o a un individuo.
L’obbligo a predisporre piani e punti da includere
Ogni ente che possiede un’autorizzazione a gestire stabulazioni per animali destinati alla ricerca scientifica è responsabile per legge della predisposizione di un piano che descriva dettagliatamente come intende gestire la possibilità di dare in adozione gli animali.
Questo obbligo ricade su tutte le strutture autorizzate, incluse università, istituti di ricerca e altri enti simili. Il piano, da inviare al ministero della Salute, deve includere:
• azioni per informare i ricercatori sull’importanza di dare gli animali in adozione, sensibilizzando il personale coinvolto;
• la descrizione su come la struttura si rapporti con realtà esterne, come associazioni di protezione animale o enti autorizzati, che possano accogliere gli animali;
• informazioni su come la struttura prepara gli animali per l’adozione, inclusi eventuali tratta menti o misure per garantirne il benessere prima del trasferimento;
• informazioni che vengono fornite agli enti che accolgono gli animali, come il loro stato di salute, eventuali necessità specifiche e indicazioni sulla gestione.
“Questi piani sono fondamentali per garantire che, nel momento in cui gli animali diventano disponibili per l’adozione, ci siano procedure già predisposte per gestire ogni aspetto logistico e pratico, assicurando che il processo avvenga in modo efficiente e rispettoso del benessere animale”, spiega Grignaschi.
Conta la valutazione del medico veterinario
La percentuale di animali che un veterinario può scegliere per il rehoming dipende da molteplici fattori, tra cui la valutazione del veterinario stesso e la sua percezione del rischio.
Prosegue Grignaschi: “Alcuni potrebbero essere più cauti e preferire di non permettere il rehoming, mentre altri, valutando il rischio come basso, potrebbero adottare un approccio più flessibile. Questo crea inevitabilmente differenze nelle scelte tra i diversi professionisti”.
È pur vero che le percentuali di animali che soddisfano questi requisiti sono basse, specialmente tra i roditori. Per esempio, in genere solo l’1-2 per cento dei roditori utilizzati nella ricerca può essere effettivamente reinserito. Nonostante questa percentuale sembri piccola, in termini assoluti si tratta di numeri significativi, dato che in Italia si utilizzano circa trecentomila roditori l’anno: si parla pertanto di 1mille-duemila animali.
“Nel 2023 all’Università di Milano siamo arrivati al tre per cento di donazioni e il numero è anche in crescita”, afferma il responsabile del Benessere animale dell’istituto, “perché con i fondi del Pnrr è aumentato il numero di ricerche che abbiamo potuto condurre”. Cani, come i Beagle rappresentano invece una categoria più facilmente reinseribile: “Storicamente, sono stati gli animali più adottati a fine sperimentazione, grazie al loro legame affettivo con l’uomo e alla maggiore disponibilità di famiglie pronte a prendersene cura e le liste d’attesa per adottare questi cani sono molto lunghe”, ricorda Grignaschi.
Per questi animali le strutture utilizzatrici hanno la possibilità di affidarli direttamente a privati, a patto che si assumano la responsabilità di un adeguato programma di reinserimento, garantendo il benessere dell’animale e la sicurezza pubblica. Attualmente, non esiste un registro che riporti il numero totale di animali donati in Italia, perché il decreto che disciplina il reinserimento degli individui utilizzati a fini scientifici è molto recente.
“Tuttavia ogni ente e stabilimento ha l’obbligo di registrare le informazioni relative agli animali che entrano o escono dalle proprie strutture. Questi dati includono dettagli specifici come la specie dell’animale e la motivazione del trasferimento. Quindi, è possibile ottenere conteggi precisi per ogni singolo ente, ma non esiste al momento un sistema nazionale che li raccolga e li consolidi in un unico registro pubblico”.
Le ragioni del rehoming
Ma quali sono le ragioni del rehoming? Dietro ci sono questioni economiche o semplicemente etiche?
“Non è una questione di costi, almeno io non la vedo così. Gli animali utilizzati nella ricerca scientifica contribuiscono in modo significativo al progresso della scienza – spiega Grignaschi – e, per questo, si ritiene che meritino ogni sforzo per ricevere una seconda possibilità di vita. Il costo per sopprimere un animale utilizzato nella ricerca è molto basso e questo processo, ormai standardizzato, viene effettuato quasi sempre tramite un’overdose di anidride carbonica: gli animali vengono esposti a un livello crescente che li porta prima a perdere conoscenza e poi alla morte”.
Il processo di rehoming può essere complesso e talvolta richiede tempo: “Le associazioni che si occupano di ritirare gli animali spesso lavorano con risorse limitate. Ad esempio, può capitare che preferiscano aspettare di ritirare un numero maggiore di animali in un’unica soluzione per ottimizzare i viaggi, oppure non hanno spazio sufficiente per accogliere tutti gli animali subito. In questi casi, le strutture di ricerca possono essere invitate a trattenere gli animali per qualche settimana in più, in attesa che si liberi spazio”, sostiene Grignaschi.
Nonostante le sfide pratiche, molte strutture sono disposte a sostenere i costi aggiuntivi legati alla gestione degli animali in attesa del rehoming.
Differenza tra reintroduzione e reinserimento
Il Decreto ministeriale del 31 dicembre 2021, “Individuazione dei requisiti strutturali e gestionali per lo svolgimento delle attività di reinserimento e reintroduzione degli animali utilizzati o destinati a essere utilizzati per fini scientifici”, entrato in vigore l’1 luglio 2022, fornisce le linee guida operative per il reinserimento e la reintroduzione degli animali, specificando i requisiti che le strutture ospitanti devono soddisfare per garantire il loro benessere durante e dopo la transizione.
Il processo di reintroduzione (che si applica ad animali non classificati come “da compagnia”) prevede il trasferimento in sistemi di allevamento o la liberazione in natura per le specie selvatiche autoctone. Il reinserimento, invece, riguarda soprattutto animali da compagnia o da reddito destinati a strutture non destinate alla produzione alimentare e i primati.
Le strutture che vogliono accoglierli devono sottoporre la documentazione al ministero della Salute, che ne verifica la capacità di organizzare validi programmi di reinserimento. Queste realtà, chiamate stabilimenti affidatari, vengono iscritte in un elenco pubblico, definito nell’Allegato III del decreto.
Attualmente in Italia ne esistono solo tre (Monza, Torino e Genova) tutte appartenenti alla medesima associazione – La Collina dei Conigli Odv – che si occupa del reinserimento di conigli, porcellini d’India, piccoli roditori, inclusi ratti e topi, che all’incirca rappresentano il 90% di tutti gi animali utilizzati per scopi scientifici. “Per poter operare abbiamo dovuto superare due livelli autorizzativi”, spiega il presidente dell’associazione, Stefano Martinelli: “Il primo è locale ed è determinato dalla normativa regionale che dettaglia le procedure per le autorizzazioni ad aprire una struttura, ma nel caso degli animali di cui ci occupiamo siamo sempre stati noi ad illustrare a Asl/Ats le nostre proposte di sistemazione e gestione. Per altri animali come i cani sono invece presenti requisiti ben specifici”.
Il secondo livello autorizzativo proviene dal ministero della Salute che valuta gli aspetti organizzativi, gestionali e procedurali indispensabili per garantire il reinserimento degli animali in un habitat adeguato. “Nel nostro caso – prosegue Martinelli – si traduce nell’insieme di procedure per poter collocare gli esemplari come animali da compagnia presso privati o per poterli mantenere nelle migliori condizioni presso le nostre strutture”.
Gli stabilimenti ricevono poi ispezioni dal personale delle Ats/Asl generalmente ogni due anni. Dalla sua istituzione nel 2005 l’associazione La Collina dei Conigli ha recuperato animali da 48 diversi stabulari afferenti a 36 diversi enti e società. Solo negli ultimi cinque anni ha recuperato dagli utilizzatori a scopi scientifici 8719 animali, con una media di circa 1.700 l’anno. Di tutti gli animali recuperati, una quota crescente, attualmente circa 300 l’anno, cioè oltre il 17 per cento, trova adozione presso privati.
Gli animali provengono principalmente da Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania. “In tutti i casi è l’associazione che si reca sul posto per ritirare gli animali”, sostiene Martinelli. La maggior parte degli individui accolti nelle strutture de La Collina dei Conigli proviene da università (65 per cento), enti di ricerca di diritto privato non a scopo di lucro (venti per cento), enti pubblici sanitari e di ricerca (otto per cento) e solo per il sette per cento da società private.
Si può fare di più
“Dai numeri che vedo posso dedurre che molte università e istituti privati non sfruttino ancora questa opportunità – sottolinea Martinelli – e temo che alcune istituzioni, pur avendo le risorse necessarie, scelgano di non partecipare ai programmi di rehoming per evitare l’attenzione pubblica sulle loro pratiche di ricerca animale, nonostante la nostra associazione garantisca la totale riservatezza. Molti istituti privati, specialmente quelli che lavorano per terzi, credo siano riluttanti nel prolungare la permanenza degli animali nei laboratori per facilitare il rehoming, principalmente a causa di considerazioni economiche e operative”.
Ma anche se la situazione cambiasse, e un maggior numero di università ed enti privati scegliesse improvvisamente di donare gli animali adatti al rehoming, le strutture abilitate a riceverli potrebbero non essere sufficienti: “Nelle nostre tre sedi non potremmo facilmente sostenere arrivi considerevolmente maggiori, almeno al momento – ammette Martinelli – ma siamo pronti ad affrontare sfide sempre più complesse per mantenere il nostro impegno di dare a tutti questi animali una nuova vita”.
Chi richiede l’adozione deve fornire informazioni dettagliate sull’ambiente in cui gli animali saranno ospitati e sulle loro intenzioni. Gli adottanti devono dimostrare di essere in grado di prendersi cura degli animali, fornendo spazi adeguati, cure necessarie e rispettando le loro esigenze specifiche. “In base alla specie che vogliono adottare, forniamo indicazioni e condizioni precise. Ad esempio, i conigli vanno sempre adottati in coppia, i ratti, anch’essi in coppia o gruppi, hanno bisogno di gabbie grandi e momenti di libertà insieme agli adottanti, e così via. Cerchiamo di scegliere le famiglie giuste a cui affidare i nostri animali”.
Al momento la maggior parte dei topi ed una parte dei ratti, rimane permanentemente nelle strutture de La Collina dei Conigli: “Questo perché in Italia non si conosce molto di questi animali, che sono invece molto intelligenti, anche se esistono associazioni che si occupano di loro come animali da compagnia”, osserva Martinelli. “Nei paesi nordici invece non è infrequente avere un ratto come animale da compagnia. Il ratto tratta l’umano come un suo simile, quelli che ospitiamo, essendo stati selezionati per l’utilizzo in un laboratorio, sono molto più docili e calmi dei loro simili selvatici”.
A questi animali, quando rimangono nelle loro strutture o prima di darli in adozione, vengono messi, al momento della sterilizzazione, dei microchip per poterli riconoscere e meglio accudire nel tempo.
Il comportamento degli animali e di chi li adotta
Cosa comporta per un animale vivere in un laboratorio e poi uscirne, e come dovrebbero comportarsi le persone che li adottano? Gli animali da laboratorio nascono e crescono in ambienti controllati, come allevamenti o laboratori, dove vengono gestiti principalmente per scopi scientifici.
“Questo tipo di vita ha un impatto significativo su di loro, poiché non sono esposti al mondo esterno e alle esperienze che gli animali in contesti più naturali possono avere”, spiega Marzia Possenti, medico veterinaria, esperta in comportamento e in medicina dei piccoli mammiferi e uccelli. “Chi li adotta deve avere pazienza e offrire loro un ambiente sicuro, adatto alle loro caratteristiche di specie e delle modalità di interazione chiare e prevedibili, dando tempo agli animali per sviluppare fiducia nella famiglia di adozione e conoscere e comprendere la nuova realtà”.
Esistono animali più sensibili e altri più resilienti, e questa differenza può influenzare la loro capacità di adattarsi a una nuova vita fuori dal laboratorio: “Nella mia esperienza, gli animali-preda tendono a essere più resilienti rispetto ai predatori. Questo potrebbe sembrare controintuitivo, ma si spiega osservando come le prede abbiano sviluppato una plasticità e una capacità di adattamento superiore. Vivendo costantemente in allerta e imparando a gestire la paura in modo funzionale, questi animali riescono a trasformarla in uno strumento di sopravvivenza e di cambiamento piuttosto che in un limite. Un coniglio o un ratto, ad esempio, ha mediamente una maggiore capacità di adattarsi e di riabilitarsi rispetto a un cane cresciuto in laboratorio, per il quale il processo può risultare più lungo e complesso”.
È necessario sapere di cosa l’animale ha bisogno, sia nel momento presente sia nel lungo termine, in base alla sua specie, al suo carattere e al suo passato. “Adottare un animale proveniente da un laboratorio richiede pazienza, attenzione e spesso la capacità di imparare nuove cose, perché ogni animale ha necessità uniche”.
Facilitare l’integrazione
Succede tuttavia che qualche animale proveniente da un laboratorio abbia difficoltà a integrarsi nel nuovo ambiente e il veterinario esperto in comportamento degli animali può aiutare attraverso un percorso con la famiglia affidataria.
“Cerchiamo di costruire un rapporto equilibrato tra la famiglia e l’animale, prevenendo comportamenti indesiderati e rafforzando il legame. Un altro aspetto del lavoro riabilitativo è il lavoro di gruppo tra animali, coordinato da istruttore riabilitatore. Questo è molto comune, per esempio, con i cani, dove si formano gruppi di animali e persone in cui ogni cane può aiutare ed essere aiutato dagli altri, e ciascuno proprietario può essere d’aiuto e supporto al suo cane. Ma lo stesso approccio può essere utilizzato con altre specie, come pappagalli, conigli o anche ratti. Lo strumento di lavoro è sempre la relazione, sia tra gli animali che tra gli animali e le persone”.
Conclude Possenti: “Accogliere un animale da laboratorio significa offrire non solo un rifugio e affetto, ma anche un aiuto pratico che gli permetta di vivere una vita serena e dignitosa. È un impegno che richiede sensibilità e preparazione, ma i risultati possono essere incredibilmente gratificanti sia per l’animale sia per la persona che lo adotta”.
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