di Loredana Diglio
siste una predisposizione evolutiva degli esseri umani a temere i lupi, a differenza dei cani che invece amiamo e consideriamo “buoni”? Perché i primi sono temuti mentre i secondi sono amati?
Una spiegazione comune è che gli esseri umani sono evolutivamente predisposti a temere i lupi come predatori pericolosi, mentre i cani, a causa della domesticazione, occupano una nicchia speciale nella vita umana.
Ora uno studio intitolato Good dog, bad wolf. Debunking evolutionary preparedness to fear wolves, pubblicato come preprint lo scorso gennaio su bioRxiv, affronta questo tema.
Lupi, cani e serpenti: ecco chi fa più paura
I ricercatori hanno sottoposto 42 persone a risonanze magnetiche e ad autovalutazioni mentre guardavano immagini di lupi, cani e serpenti in atteggiamenti sia aggressivi che neutri. Lo scopo era indagare quanto i nostri circuiti neuronali attivino risposte di “minaccia implicita” davanti a questi animali, cioè reazioni rapide e automatiche legate al timore.
I risultati mostrano che tutte le immagini di “animali aggressivi” hanno stimolato le aree cerebrali legate alla minaccia, ma i serpenti hanno suscitato reazioni ancora più intense rispetto a cani e lupi. Invece, le risposte cerebrali ai lupi e ai cani erano simili quando mostrati in atteggiamenti aggressivi o neutri. Però, quando alle persone è stato chiesto di valutare consapevolmente il rischio, il lupo è stato giudicato più minaccioso del cane.
In altre parole, non sono emerse solide evidenze che la nostra paura dei lupi sia incisa nei nostri circuiti emotivi dal passato evolutivo.
“Nel complesso, questi risultati smentiscono le teorie secondo cui gli esseri umani sarebbero predisposti a risposte negative ai lupi, suggerendo invece che i nostri atteggiamenti nei confronti della specie sono plasmati principalmente da processi di valutazione deliberata”, scrivono i ricercatori. “Questo sottolinea il ruolo dell’esperienza, della conoscenza, degli stereotipi e dei meccanismi socio-culturali nel plasmare la percezione pubblica dei conflitti tra uomo e fauna selvatica e degli sforzi di conservazione”.
Cosa insegna questo studio
Se la paura del lupo fosse un riflesso innato radicato profondamente nei nostri geni, sarebbe difficile cambiarla. Ma se invece è principalmente una costruzione culturale e cognitiva, allora possiamo comprenderla, rielaborarla e contestualizzarla grazie alla conoscenza scientifica.
Questa nuova visione ha implicazioni importanti per come gestiamo e percepiamo i grandi carnivori.
Lo studio suggerisce che le decisioni sulla conservazione e sulla gestione non dovrebbero basarsi su paure ancestrali, ma su dati reali e comportamento osservabile. Inoltre, riconoscere che i lupi non sono percepiti come un pericolo automatico dal cervello umano può aiutare ad affrontare con più equilibrio i conflitti, sfidare i miti e promuovere una convivenza scientificamente informata.
Dunque la narrazione attorno al “lupo cattivo” può cambiare e orientarsi verso una comprensione più realistica dell’animale, delle sue dinamiche comportamentali e del suo ruolo negli ecosistemi.
Il numero dei lupi nelle Alpi
A proposito della promozione di una convivenza pacifica con questa specie, che grazie a misure di massima tutela è tornata ad abitare le nostre montagne, è stato pubblicato il nuovo report scientifico La popolazione di lupo nelle regioni alpine italiane 2023-2024 realizzato nell’ambito del progetto europeo LIFE WolfAlps EU. Lo studio aggiorna il quadro sulla distribuzione e sulla consistenza del lupo lungo l’arco alpino italiano, offrendo dati confrontabili con quelli del precedente monitoraggio nazionale condotto nel 2020-2021.
L’indagine, basata su metodologie standardizzate definite dall’Ispra, ha coinvolto una vasta rete di enti, tecnici e volontari.
I risultati stimano una popolazione di 1.124 lupi nelle regioni alpine italiane (con un intervallo di credibilità tra 980 e 1.316 esemplari), distribuita da ovest a est lungo tutti i settori della catena montuosa. Rispetto ai 946 esemplari censiti nel 2020-2021 (con un intervallo di credibilità compreso tra 822 e 1.099), emerge un incremento significativo, che conferma la tendenza di espansione della specie su scala alpina già osservato negli anni precedenti.
Le associazioni: non declassare la protezione del lupo
In Italia la tutela della specie sta per essere declassata, come previsto nella legge di delegazione europea che nei prossimi giorni arriverà in Senato per l’approvazione, dopo il voto positivo della Camera dei deputati. Per questo le associazioni Enpa, Fondazione Capellino, Lav, Lndc Animal Protection e Wwf Italia chiedono ai senatori di fermare questa scelta considerata “priva di basi scientifiche e giuridiche e potenzialmente devastante per la biodiversità e la convivenza nei territori”.Le associazioni indicano cinque richieste per affrontare il tema della presenza del lupo in Italia: moratoria immediata sul declassamento; intervento del ministro dell’Agricoltura sulle Regioni per la prevenzione delle predazioni; applicazione della legge 281/1991 per la prevenzione del randagismo (una parte rilevante dei lupi presenti sul territorio è costituita da ibridi, nati dall’abbandono e dalla mancata gestione dei cani); risarcimento integrale dei danni agli allevatori; avvio di una campagna nazionale su etologia e convivenza.“Il lupo non è un nemico, ma un elemento fondamentale degli ecosistemi”, dichiarano le cinque sigle. “Chiediamo al Senato di ascoltare le ragioni della scienza, della legalità e della convivenza prima di assumere decisioni affrettate. Tutelare il lupo significa tutelare il futuro ambientale del Paese. La convivenza è necessaria, doverosa e possibile, come dimostrano gli allevatori virtuosi che adottano i metodi di prevenzione dalle predazioni”.

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