Gli umani trasmettono agli animali più virus di quanti ne ricevano

Uno studio inglese porta alla luce nuovi dati sul cosiddetto “salto di specie” di certi virus, come è stato per il Covid, che dagli animali sono passati all’uomo, trasformandosi. In natura, l’essere vivente più pericoloso sarebbe invece proprio l’uomo, capace di contagiare gli animali domestici e selvatici. La realtà è che umani e animali sono indissolubilmente connessi.

Quando si parla di epidemie sanitarie, la scienza ci ha messo in guardia sulla possibilità che gli animali siano vettori di virus per noi esseri umani. Basti pensare all’influenza aviaria, al devastante virus dell’Ebola o alla Sars-Cov-2 che ha causato la pandemia da COVID-19. Tutti virus provenienti dal regno animale che hanno avuto effetti devastanti sull’umanità.
Un nuovo studio dell’University College di Londra (UCL) ha però sconvolto questo assunto, portando alla luce una realtà sorprendente: gli esseri umani trasmettono più virus agli animali di quanti ne ricevano da loro.
Pubblicato sulla rivista scientifica Nature Ecology & Evolution, lo studio ha analizzato quasi 12 milioni di sequenze genomiche virali, esaminando il percorso dei virus che “fanno il salto” da una specie all’altra.
I risultati sono stati illuminanti: il 79% dei casi di trasmissione virale coinvolgeva un passaggio da un animale all’altro, mentre il restante 21% riguardava trasmissioni con esseri umani.
Di queste ultime, il 64% erano antroponosi – cioè passaggi da uomo ad animale – mentre solo il 36% erano zoonosi – ossia trasferimenti del virus da animali a umani. Dati che ribaltano il tradizionale paradigma che vede gli animali come principali vettori di malattie.

Il team di ricerca, composto da Cedric C.S. Tan, Lucy van Dorp e Francois Balloux, ha sottolineato l’importanza di guardare agli umani come parte di una vasta rete ecologica, in cui i virus possono viaggiare liberamente attraverso diverse specie. «Dovremmo considerare l’uomo come un nodo di una vasta rete di organismi ospitanti che si scambiano agenti patogeni all’infinito, piuttosto che come un collettore di virus zoonotici», ha dichiarato Balloux.

Ma come avviene questa trasmissione virale dagli umani agli animali? Le modalità sono simili a quelle che si verificano tra uomo e uomo: contatto diretto con fluidi infetti, o attraverso morsi di altre specie. Affinché un virus possa “saltare” con successo da un ospite all’altro, deve possedere le giuste caratteristiche o acquisire adattamenti specifici per sfruttare le risorse del nuovo organismo ospite.
«Osservando e monitorando la trasmissione dei virus tra animali ed esseri umani, in entrambe le direzioni, possiamo comprendere meglio l’evoluzione virale – ha aggiunto Belloux – ed essere più preparati ad affrontare futuri focolai ed epidemie di nuove malattie, favorendo al contempo studi sulla prevenzione».

L’analisi delle sequenze genomiche ha rivelato anche che i virus che già infettano molti animali diversi possono possedere caratteristiche che li rendono più capaci di infettare una gamma diversificata di ospiti.
«Quando gli animali contraggono i virus dagli esseri umani, questo non solo può danneggiare l’animale e rappresentare una minaccia per la conservazione della specie, ma può anche causare nuovi problemi per la popolazione umana, incidendo sulla sicurezza alimentare se ad esempio un gran numero di capi di bestiame deve essere abbattuto per prevenire un’epidemia, come è accaduto negli ultimi anni con il ceppo di influenza aviaria H5N1», ha spiegato il ricercatore Cedric Tan.
«Inoltre, se un virus veicolato dagli esseri umani infetta una nuova specie animale, il virus potrebbe continuare a prosperare anche se eliminato tra gli esseri umani. O potrebbe addirittura evolvere in nuovi adattamenti prima di finire ad infettare nuovamente la popolazione.
«Capire come e perché i virus si evolvono per passare a ospiti diversi nel più ampio albero della vita può aiutarci a comprendere come emergono nuove malattie virali nell’uomo e negli animali», ha concluso il ricercatore.

Silvia Stellacci

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World Wildlife Day: quali sono gli animali decimati dalla superstizione

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Sono tante infatti le minacce determinate dall’essere umano nei confronti degli animali. Uno di questi è l’uso a fini tradizionali o superstiziosi. Portafortuna, antimalocchio, poteri magici, farmacologici, afrodisiaci: molte sono le credenze popolari legate ai presunti benefici portati da prodotti animali o parti di essi e diffuse in tutto il mondo, Italia compresa. Ma gli effetti che queste comportano su molte specie selvatiche sono purtroppo pesanti portando queste spesso sull’orlo dell’estinzione.

L’allarme è stato lanciato da WWF e CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) in occasione del World Wildlife Day hanno anticipato il report dal titolo “La sfortuna è farli estinguere” realizzato per la Giornata Anti Superstizione, che ricorrerà venerdì 17 maggio. 

Nel report, che riprende il dossier dallo stesso titolo che sarà pubblicato su Query, la rivista trimestrale del CICAP in uscita ad aprile, si descrivono le minacce legate a tradizioni e superstizioni molte delle quali antichissime, comparendo talvolta anche nei bestiari medioevali o nei trattati di filosofia naturale rinascimentali, ed è presentata la mappa globale di questo fenomeno. La perdita di specie animali si traduce in un danno non solo per la biodiversità ma anche per la specie umana dato che molte di esse svolgono un ruolo fondamentale sugli equilibri degli habitat in cui vivono, sulla regolazione del clima, sulla produzione di cibo.

Tra gli utilizzi di specie legate a superstizioni e tradizioni antiche e moderne, al primo posto c’è la medicina tradizionale orientale, soprattutto Cina ma anche Vietnam, Giappone, Thailandia, che si rifornisce tuttora di animali o loro parti come la bile degli orsi della luna, le ossa, pelli e altre parti della tigre, il corno di rinoceronte (soprattutto in Vietnam), la pelle dell’asino selvatico africano, il cavalluccio marino essiccato e/o ridotto in polvere. La tigre, nonostante alcuni recenti segnali di ripresa, come in Bhutan e Russia, è ancora a rischio di estinzione e considerata minacciata dalla Lista Rossa IUCN.

Dell’asino selvatico africano si stima un numero di individui potenzialmente in grado di riprodursi compreso tra 20 e 200 ed è considerato in pericolo critico di estinzione. Un recente report ha registrato dal 2023 una ripresa del bracconaggio di rinoceronti neri in alcune aree del SudAfrica, con circa 500 animali uccisi, dopo un calo durato alcuni decenni. La specie è rimasta nel continente africano con poco più di 5.000 esemplari, e quindi considerata in pericolo critico di estinzione.

La medicina tradizionale cinese impiega nella propria farmacopea circa 12.000 sostanze diverse. Tra queste, l’85% è di origine vegetale, il 2% di origine minerale, mentre i rimedi ricavati dagli animali sono circa il 13%. Sebbene ci siano stati negli ultimi anni diversi sforzi da parte dell’autorità di Pechino per fermare il traffico delle specie più a rischio (rimuovendo dagli elenchi delle specie commercializzabili quelle più minacciate, o sostituendo alcuni animali selvatici con altri di allevamento), questa pratica costituisce ancora un fattore chiave nell’estinzione di molte specie. Poteri “farmacologici” vengono attribuiti ad animali anche in alcune regioni italiane: ad esempio, il vino misto al sangue di anguilla è considerato un rimedio contro l’ubriachezza e l’alcolismo. La specie è minacciata da pesca eccessiva, inquinamento, cambiamenti climatici ed è considerata in pericolo critico di estinzione.

Presunti poteri afrodisiaci vengono assurdamente attribuiti alla carne di balena in Giappone, all’oloturia o cetriolo di mare, all’estratto delle ghiandole del mosco o cervo muschiato (le cui popolazioni continuano a diminuire rendendo la specie vulnerabile per l’IUCN), allo stesso cavalluccio marino o alla polvere di corna di cervo, ai nidi del rondone asiatico salangana fino ai veri e propri ‘filtri d’amore’ come quelli prodotti con i genitali della iena. In medicina ayurvedica si utilizzano i genitali del varano, spacciati per una pianta medicinale, l’hatha jodi. Sul fronte del significato simbolico la lista è particolarmente fantasiosa anche in Italia: emblematico è il caso del falco pecchiaiolo, decimato per decenni sullo Stretto di Messina per ‘mettere gli uomini al riparo’ dalle infedeltà coniugali, e ancora oggi minacciato, soprattutto in fase di migrazione.

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Glifosato: Ecco Come Può Uccidere il Tuo Cane e Quali Integratori Scegliere per Ridurre i suoi Effetti

Il Glifosato è un erbicida (1) utilizzato dalle aziende agricole di tutto il mondo. Questo è stato brevettato per preservare le piante, presentando un ampio spettro antiparassitario e antibiotico, che consente addirittura di curare la malaria. Ma lo sapevi che è possibile trovarlo anche nel cibo del tuo cane? Purtroppo sì. Sempre più aziende che producono cibo per cani, all’interno dei loro prodotti presentano tracce di glifosato. Questo noto diserbante può causare cancro, infertilità, disturbi cerebrali e malattie cardiache. Il glifosato, noto anche come “glifo-Satana”, è l’erbicida più popolare al mondo. Gli Stati Uniti sono in testa nella classifica mondiale per l’utilizzo di questo prodotto. È presente in oltre 700 prodotti agricoli, forestali e domestici, creando come detto dei danni importanti nelle persone e negli animali. Ciò significa che è quasi impossibile evitare l’esposizione al glifosato, ma ci sono alcuni accorgimenti che possono salvaguardare la salute del tuo amico a quattro zampe.

Come Viene Usato il Glifosato

Quando è stato messo sul mercato, grazie ad un lavoro di marketing che ne ha pubblicizzato l’efficacia, il glifosato ha avuto un boom incredibile di vendite e quindi di consumo. Come detto si tratta di un potente diserbante autonomo (2), che molto spesso viene combinato con colture geneticamente modificate. Questo cosa comporta? E’ semplice capirlo, perché ogni prodotto della terra: grano, mais, frutta, cotone, prodotti animali quali carne, ossa, latte, formaggio, saranno contaminate dal glifosato.

Cosa fa il Glifosato

Il glifosato come abbiamo visto uccide praticamente tutto, non solo erbacce ma anche insetti, microbi e funghi benefici(3). Nello specifico:

♥ Uccide le piante arrestando la via enzimatica nota come via dell’acido shikimico o via shikamato, impedendo loro di produrre determinate proteine necessarie per la crescita delle piante.

♥ Chelati (si legano a) minerali come zinco, magnesio, cobalto, rame e calcio, impedendo alle piante di assorbire questi minerali dal terreno. Questa cosa porta le piante a non potersi nutrire e quindi alla loro morte.

♥ Blocca le principali vie di disintossicazione nel fegato, impedendo al corpo di purificarsi naturalmente. Non solo blocca la disintossicazione del glifosato e dei suoi tossici associati, ma riduce la capacità del corpo di disintossicare qualsiasi cosa.

♥ Uccide i batteri “buoni” (i nostri migliori amici per la salute dell’intestino e del sistema immunitario), permettendo ai batteri cattivi di sopravvivere nel nostro organismo.

Leggi anche: Inquinamento: Segnali d’Allarme per la Salute di Cane e Gatto

Glifosato e OGM

Cane sta mangiando

Glifosato e organismi geneticamente modificati (OGM) vanno molto spesso di pari passo. Circa l’80% delle colture OGM nel mondo, sono adattate per resistere al glifosato (4), permettendo loro di sopravvivere mentre muoiono tutte le altre piante che le circondano.

Le grandi colture OGM includono:

♣ Mais

♣ Barbabietole da zucchero

♣ Canola (olio di colza)

♣ Erba medica

Quasi tutti questi alimenti sono ingredienti presenti nella maggior parte dei cibi per cani (crocchette commerciali) presenti sul mercato.

I Pericoli del Glifosato

Abbiamo visto come il Glifosato sia presente praticamente ovunque, ma ora vogliamo porre l’attenzione su altri aspetti molto pericolosi per la salute delle persone e degli animali (5).

Il Glifosato è un Prodotto con tutta Probabilità Cancerogeno

Nel 2010, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato il glifosato come “probabile cancerogeno”. Le grandi aziende produttrici, però, hanno contestato questa cosa dichiarando che non ci sono prove che collegano il glifosato al cancro (6), e sostengono che non è tossico per le persone e gli animali domestici, e che addirittura e più sicuro del sale da cucina.

Leggi anche: 8 Motivi per Disintossicare Cane e Gatto

Glifosato: Si Accumula nei Tessuti?

Poiché il corpo non è in grado di disintossicare efficacemente, il glifosato si accumula nel tempo nei nostri tessuti in maniera naturale, e lo stesso succede anche per i nostri cani. E’ facile, quindi, immaginare come nelle ossa, nel fegato, nell’intestino, nei reni, e in ogni altro organo del corpo del tuo cane, possa esserci presenza di questo erbicida.

Glifosato: È collegato a Molte Malattie Croniche?

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 1 persona su 4 muore per malattie che sopraggiungono a causa dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, oppure a causa delle esposizioni chimiche, dei cambiamenti climatici, e delle radiazioni ultraviolette. Tutto questo, quindi, a causa dell’attività umana che inquina in maniera spropositata ogni cosa. Stando a quello che si è visto nel tempo, ci sono delle patologie che si possono collegare alla prolungata esposizione al glifosato (7). Tra questi ci sono:

♦ Obesità

♦ Cardiopatia

♦ Disturbi cerebrali come ADHD, autismo, Alzheimer, Parkinson, depressione

♦ Infertilità

♦ Tumori

♦ Malattia infiammatoria intestinale

L’Elenco delle Malattie Riconducibili al Glifosato nei Cani

Queste sono alcune delle principali malattie che uccidono i cani. Non è certo una coincidenza che molte di loro sono sovrapponibili con l’elenco delle malattie umane legate al glifosato (8).

♠ Cancro: quasi la metà dei cani sopra i 10 anni ha il cancro.

♠ Insufficienza renaleattualmente è il secondo killer dei cani. Il glifosato è stato collegato a più di 40.000 morti per malattie renali nei lavoratori agricoli nello Sri Lanka e in El Salvador.

♠ Malattia del fegato: il glifosato blocca la disintossicazione, quindi il fegato, in quanto principale organo che consente al corpo di disintossicarsi, sarà danneggiato. E se il fegato del tuo cane non è sano, anche la sua salute generale ne risentirà.

♠ Convulsioni: il glifosato influenza la funzione cerebrale nell’uomo, ed è lo stesso per i cani. Oltre alle convulsioni, i cani presentano disturbi tipo ADD come l’incapacità di concentrazione o l’ansia estrema.

♠ Malattie gastrointestinali (come gonfiore o sindrome dell’intestino irritabile)il glifosato distrugge i batteri “buoni”, quindi non sorprende che i cani soffrano sempre più di problemi digestivi. Esso compromette anche le “giunzioni strette” tra le cellule del nostro intestino – lasciando la strada aperta alla sindrome di permeabilità intestinale.

I cani sono esposti al glifosato tanto quanto noi esseri umani, o anche di più.Infatti, mentre corrono sul suolo e sull’erba contaminati dal glifosato, con le loro zampe possono essere contaminati da questo erbicida (9). Oltre a questo, poi, a meno che tu non stia nutrendo il tuo cane con alimenti biologici al 100%, sta mangiando glifosato regolarmente in tutti i pasti che fa durante la giornata.

Come Ridurre al Minimo gli Effetti del Glifosato sul Tuo Cane

Ecco come proteggere sia te che il tuo cane dagli effetti dannosi del Glifosato:

♥ Non usare erbicidi o pesticidi nel tuo cortile (10).

♥ Evitare parchi, laghi, cortili scolastici, campi da golf o altre aree che sono state probabilmente irrorate con erbicidi.

♥ Lava regolarmente il tuo cane così da evitare che il glifosato possa stazionare sul suo corpo

♥ Dai da mangiare al tuo cane cibi freschi, acquistando prodotti biologici ogni volta che puoi.

♥ Evita le crocchette commerciali e i cibi in scatola.

♥ Se sei costretto ad utilizzare alimenti commerciali, scegli almeno quelli senza OGM (11).

♥ Nutri il tuo amico a quattro zampe con cibi fermentati come crauti o succo di crauti, per aiutare a guarire il suo intestino.

♥ Dai al tuo cane degli integratori specifici.

Leggi anche: Has Your Pet Been Exposed to Carcinogenic Glyphosate?

Integratori: Quali Scegliere

Un cane seduto su un prato

Sono diversi gli integratori presenti sul mercato, ma non tutti possono fare al caso giusto. Molti non mantengono le promesse, altri rappresentano solo prodotti industriali e non naturali. La prima cosa da fare, quando si cerca un integratore per il nostro amico a quattro zampe, è quella di prendere in considerazione solo prodotti naturali. Facendo un’attenta ricerca è possibile arrivare ad aziende che producono integratori biologici, che possono fare al caso vostro. Scegliete sempre prodotti disintossicanti per il vostro cane, che possono portare benefici molteplici, andando a disintossicare dai prodotti inquinanti che si trovano nell’aria, nell’acqua e sul terreno. Ci sono prodotti sul mercato che possono proteggere il vostro cane da: allergeni – radiazioni – sostanze cancerogene – sostanze chimiche nocive – tossine e radicali liberi – composti organici volatili (gas metano) – metalli pesanti (mercurio, cadmio, arsenico, piombo). Grazie a poche gocce da somministrare direttamente nella bocca del cane, oppure mischiandolo al cibo, è possibile disintossicare il corpo del vostro amico a quattro zampe, che potrà così evitare l’insorgere di tantissime malattie.

Matea

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Hanno 565 milioni di anni i fossili dei primi animali complessi

Risale a 565 milioni di anni fa uno dei momenti-chiave per l’evoluzione della vita sulla Terra, cioè il passaggio dagli organismi formati da una singola cellula a quelli più complessi, costituiti da più cellule.

Questa datazione così accurata è stata ottenuta per la prima volta analizzando alcuni dei fossili più antichi del pianeta provenienti dal Galles, nel Regno Unito. Il risultato, pubblicato sulla rivista della Società Geologica britannica e frutto della ricerca coordinata dall’australiana Curtin University, è stato reso possibile da antichi strati di cenere vulcanica, usati come ‘segnalibri’ della storia geologica.

“Abbiamo utilizzato le ceneri emesse da un antico vulcano che hanno ricoperto i fossili come indicatore del tempo, per datare con precisione i fossili a 565 milioni di anni fa”, osserva Anthony Clarke, che ha guidato lo studio. “Con altri fossili simili trovati in tutto il mondo, la datazione li identifica come parte di un’antica comunità vivente che si sviluppò quando la Terra uscì da un’era glaciale globale. Queste creature potrebbero somigliare in alcuni aspetti a specie marine attuali. come le meduse , ma per altri versi – aggiunge Clarke – sarebbero molto bizzarre: alcune sembrano felci, altre cavoli e altre ancora simili a penne di uccelli”.

“Questi fossili del Galles appartengono alla stessa tipologia dei famosi fossili di Ediacara, scoperti per la prima volta in Australia – afferma Chris Kirkland, uno degli autori dello studio – e mostrano alcune delle prime prove di organismi multicellulari su larga scala, segnando un momento di trasformazione nella storia biologica della Terra”. Nonostante sia stata ritenuta per lungo tempo esclusiva dell’Australia, infatti, l’ormai ben nota fauna di Ediacara, che comprende i primi antenati di tutti gli animali che oggi popolano il pianeta, è stata rinvenuta in tutti i continenti, ad eccezione dell’Antartide.

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Fotografare gli animali mentre sta nevicando

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Oggi è la Giornata mondiale della neve. I consigli per lo scatto perfetto quando si incontra u n animale: messa a fuoco, iso, esposizione spot

Ho già parlato della fotografia di animali in Fotografare gli animali, in montagna. Sicuramente per alcuni argomenti può essere utile dargli uno sguardo.
Il tema, però, merita un approfondimento riguardo alcuni aspetti, soprattutto quando si scatta sotto un’abbondante nevicata.

La scelta del tempo di scatto, per esempio, diventa assolutamente determinante, non solo per fermare il movimento del nostro animale, ma anche per scegliere come rendere l’estetica della neve, nella nostra immagine: più il tempo di posa è lungo e meno la neve sarà evidente; più la posa è veloce e più i fiocchi saranno individuabili. E’ importante anche riprodurre la neve con la giusta tonalità e prestare attenzione all’attrezzatura fotografica che non è esattamente “entusiasta” di cimentarsi con umidità e fiocchi di neve.

Mentre sta nevicando: messa a fuoco e tempo di posa 

Le immagini di creature viventi, uomini o animali, risultano efficaci quando l’occhio è nitido e ben visibile. E’, quindi, necessario mettere a fuoco sempre l’occhio del soggetto. Una buona metodologia consiste nel puntare il sensore di messa a fuoco sull’occhio più vicino, ricomporre l’inquadratura, tenendo premuto il pulsante di scatto a mezza corsa, e poi scattare. Il tutto richiede una certa velocità di esecuzione. Con un po’ di pratica non è poi così complicato. E’ anche possibile spostare, tramite gli appositi tasti della fotocamera, il cursore di messa a fuoco sull’occhio.

Alcune moderne mirrorless promettono di individuare l’occhio in automatico, anche in una concitata scena d’azione. Se nevica in maniera intensa, però, è molto probabile che la messa a fuoco sull’occhio non sia possibile, in nessun modo. I fiocchi di neve stessa ingannano il sensore di messa a fuoco e poi rendono, a prescindere, la fotografia meno nitida. In questo caso, l’interesse per la neve supera di gran lunga la regola del punto di messa a fuoco. E’ proprio la presenza della neve a rendere l’immagine suggestiva e interessante, sicuramente meno consueta.

Siamo meno abituati a guardare la foto di un camoscio, sotto una fitta nevicata. I fiocchi di neve sono meglio visibili se si stagliano su una superficie scura, come può essere quella degli abeti, di un edificio scuro o, come nel caso di alcune di queste foto, del pelo marrone di camosci e stambecchi. Utilizzando un tempo di posa veloce si “congelano” e divengono, quindi, più evidenti. Un tempo di posa troppo lungo, li renderebbe praticamente invisibili. Ovvio che la scelta del tempo di posa condiziona non solo la resa della neve, ma anche quella dell’animale stesso.

E gli iso?

Durante una perturbazione nevosa, in genere, la luce non è molta e utilizzando iso bassi, si rischia di ottenere tempi di posa troppo lunghi e, quindi, animali mossi. In genere, non mi stancherò mai di dirlo, è consigliabile scattare con la sensibilità iso più bassa possibile per ottenere immagini prive di rumore digitale, con un maggiore contrasto e una qualità generale superiore. Questo principio, però, risulta particolarmente importante nella fotografia di paesaggio, dove la qualità di immagine e la finezza dei dettagli è determinante.

Nel caso degli animali, soprattutto scattando in giornate di brutto tempo, o mentre sta nevicando, alzare gli iso diventa quasi indispensabile per evitare che il soggetto risulti mosso e per far sì che i fiocchi di neve risaltino nell’inquadratura. Un tempo di posa non sufficientemente breve, inoltre, causerebbe il mosso o il micro-mosso dovuto al tremolio della mano del fotografo. In alcune situazioni può essere utile aiutarsi con un monopiede, soprattutto usando pesanti teleobiettivi. A differenza del treppiede, più stabile, ma anche più lento e macchinoso da regolare, il monopiede è veloce da utilizzare e molto pratico per fotografare soggetti in movimento e quando è necessario spostare spesso l’attrezzatura, per cambiare punto di ripresa.

A volte, se non abbiamo il treppiede o il monopiede o non c’è tempo di estrarlo e regolarlo, è possibile aiutarsi cercando un appoggio di fortuna, come un tronco, un ramo o un masso. Spesso, un semplice appoggio, consente di evitare il mosso e di minimizzare il rischio del micro-mosso.

ISO ALTI? Non sono abituato ad alzare la sensibilità. Le mie immagini sono prevalentemente destinate alla stampa tipografica. Difficilmente scatto con iso sopra i 100. A volte, raramente, nella fotografia di animali alzo la sensibilità, a 400, 500, 640 iso. In questo caso, però, ho proprio esagerato, arrivando addirittura a 800 iso. Aveva quasi smesso di nevicare. La luce era poca, il sole stava per nascondersi dietro i contrafforti della Valnontey. Senza alzare gli iso ad almeno 800 iso, vista la poca luce, avrei ottenuto una foto mossa, anche per il movimento dei due camosci. Il diaframma è un f8. Non ho utilizzato la massima apertura di 5,6, per aumentare un po’ la profondità di campo della focale di 400 mm, visto che i soggetti sono su due piani diversi. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6.

Esposizione e misurazione spot

Trovandosi a fotografare un soggetto in mezzo alla neve, come per esempio uno stambecco, la differenza di luminosità tra il pelo scuro e il bianco dello sfondo potrebbe creare qualche problema di esposizione. Più il soggetto è piccolo e più è grande la massa bianca di neve nell’inquadratura, maggiori potrebbero essere i problemi. Lo stambecco potrebbe risultare troppo scuro e anche poco dettagliato. Se si aggiunge poi il fattore della neve che cade, la foto potrebbe essere decisamente inadeguata e poco nitida.

Per rendere leggibile il soggetto principale, meglio togliere il sistema esposimetrico a matrice e selezionare il sistema spot. La misurazione a matrice, suddivide l’immagine in varie zone, le misura tutte e calcola l’esposizione che ritiene corretta, facendo una media delle varie parti dell’inquadratura. Il sistema spot, invece, misura l’esposizione solo su una minima parte, dove si punta il sensore di misurazione, ignorando tutto il resto. Puntando, quindi, sul pelo dello stambecco, avremo una misurazione generalmente “corretta” sul soggetto, che risulterà essere ben leggibile e la neve circostante leggermente chiara, quasi sovraesposta.

In casi come questo, è opportuno accettare un compromesso, in quanto soggetto e sfondo hanno esposizioni molto diverse. Scattando in formato raw, comunque, sarà possibile intervenire efficacemente in post produzione, recuperando eventuali errori in sottoesposizione del soggetto (in genere sino a 2 stop) o in sovra esposizione dello sfondo (in genere sino a 1 stop). Tra l’altro i sistemi esposimetrici più moderni consentono risultati di buon livello anche con il sistema a matrice, soprattutto se abbinato all’utilizzo del formato raw, del file e ad una sapiente post produzione.

Un gheppio. I fiocchi erano molto piccoli. In questo caso è difficile renderli visibili, quasi impossibile. Le difficoltà dello scatto, quindi, sono dovute soprattutto a mancanza di luce. . Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. Iso 1000 (eh si addirittura); f 5,6; 1/200 di secondo. Appoggio di fortuna (tronco). La stabilizzazione dell’ottica è stata molto utile, in questo caso.
Un gheppio. I fiocchi erano molto piccoli. In questo caso è difficile renderli visibili, quasi impossibile. Le difficoltà dello scatto, quindi, sono dovute soprattutto a mancanza di luce. . Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. Iso 1000 (eh si addirittura); f 5,6; 1/200 di secondo. Appoggio di fortuna (tronco). La stabilizzazione dell’ottica è stata molto utile, in questo caso.
In genere si tende a non sfocare mai il primo piano. In questo caso, però, l’esigenza era duplice. Serviva un diaframma aperto, con un tempo di posa sufficientemente veloce per fermare il cervo e la poca profondità di campo contribuisce a dare l’idea dell’elusività del soggetto. Parco Paneveggio Pale di San Martino, nei pressi della ex Malga Colbricon. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6
In genere si tende a non sfocare mai il primo piano. In questo caso, però, l’esigenza era duplice. Serviva un diaframma aperto, con un tempo di posa sufficientemente veloce per fermare il cervo e la poca profondità di campo contribuisce a dare l’idea dell’elusività del soggetto. Parco Paneveggio Pale di San Martino, nei pressi della ex Malga Colbricon. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6

Neve e teleobiettivi zoom

Nella maggior parte delle situazioni, per fotografare gli animali alpini, si utilizzano i teleobiettivi, come già specificato in Fotografare gli animali, in montagna.

Nevicata molto intensa, salendo al rifugio Vittorio Emanuele, per la realizzazione di un libro di escursioni invernali. Sono parecchi i camosci che incontro lungo la salita. La maggior difficoltà, in questo caso, è stata proteggere l’ottica dalla neve, molto fitta. Un tempo di posa di 1/320, con una sensibilità ISO di 400 e un'apertura del diaframma a f/5,6 sono stati sufficienti per fermare la neve. Impossibile, o quasi, mettere a fuoco l’occhio del soggetto. In questo caso, però, ciò che conta è la neve e l’ambiente circostante, non solo il camoscio. 7) Nevicata molto intensa, sempre in Valsavarenche. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2;
Nevicata molto intensa, salendo al rifugio Vittorio Emanuele, per la realizzazione di un libro di escursioni invernali. Sono parecchi i camosci che incontro lungo la salita. La maggior difficoltà, in questo caso, è stata proteggere l’ottica dalla neve, molto fitta. Un tempo di posa di 1/320, con una sensibilità ISO di 400 e un’apertura del diaframma a f/5,6 sono stati sufficienti per fermare la neve. Impossibile, o quasi, mettere a fuoco l’occhio del soggetto. In questo caso, però, ciò che conta è la neve e l’ambiente circostante, non solo il camoscio.

Alcune ottiche tele, soprattutto focali zoom, possono avere qualche problema se utilizzati mentre sta nevicando. Utilizzando le focali lunghe degli zoom, può essere che una parte dell’obiettivo, allungandosi, si estrofletta, esponendo alcune parti interne dell’ottica ai fiocchi di neve. E’ necessario, quindi, prestare attenzione, soprattutto quando si torna alle focali corte e si accorcia, quindi, la lunghezza fisica dell’obiettivo.

E’ possibile che qualche fiocco di neve rimanga all’interno delle varie ghiere. La cosa migliore, in questi casi, è semplicemente asciugare queste parti, prima di riporre l’ottica nello zaino o nella borsa. Per approfondire le varie metodologie di protezione dell’attrezzature, guarda anche Fotografare con il brutto tempo.

Nevicata molto intensa, sempre in Valsavarenche. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. In questo scatto è evidente che la neve si veda maggiormente sulla superficie scura del camoscio. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. Iso 640; f 5,6; 1/250.
Nevicata molto intensa, sempre in Valsavarenche. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. In questo scatto è evidente che la neve si veda maggiormente sulla superficie scura del camoscio. Nikon D800; Nikkor 80-400 VR 2; 4,5/5,6. Iso 640; f 5,6; 1/250.
Volpe al riparo, mentre nevica. Si sa…è furba, mica si bagna. Nikon D300; Nikkor 80-400 VR 1.
Volpe al riparo, mentre nevica. Si sa…è furba, mica si bagna. Nikon D300; Nikkor 80-400 VR 1.

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