Adamo, scelse il nome degli animali

di Filippo Maria Leonardi 

Nel libro della Genesi si racconta che Adamo ebbe il compito di assegnare i nomi agli animali (Gn 2:18-20) cosicché «nel modo in cui Adamo chiamò ogni animale, quello fu il suo nome». L’episodio si riferisce chiaramente alla questione filosofica dell’origine del linguaggio, ma nessuno si è chiesto: per quale motivo l’imposizione dei nomi riguardò gli animali, cioè gli esseri viventi, piuttosto che gli oggetti inanimati? Se interpretiamo il testo biblico in modo letterale, siamo indotti a pensare che l’uomo primitivo cominciò a parlare imitando il verso degli animali per affinità, essendo lui stesso un animale, ma con la capacità peculiare dell’imitazione.

Questa è l’interpretazione più banale, poi bisogna capire anche il significato allegorico. Come si sa, la Genesi contiene due diversi racconti della creazione, per altro in contraddizione fra loro, che sono solitamente considerati come il maldestro assemblaggio di fonti diverse secondo la cosiddetta “ipotesi documentale”. Questa è una teoria recente che ha la pretesa di valere come scientifica, ma se ci si pone dal punto di vista tradizionale, ciò che appare distorto dalla mentalità moderna, risulta invece perfettamente logico e coerente.

Secondo la Genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine». Ma Dio ha anche un’altra immagine speculare che è costituita dal mondo, poiché come recita l’Asclepio: cuius sunt imagines duae mundus et homo. Ora, poiché l’uomo e il mondo sono entrambe immagini di Dio, secondo diverse prospettive, essi si rispecchiano fra loro, essendo il mondo come un grande uomo e l’uomo come un piccolo mondo. Perciò l’uomo è detto anche microcosmo, cioè “piccolo mondo”, poiché le sue parti corrispondono a quelle del macrocosmo, cioè il “grande mondo”. Ebbene, se si tiene conto che anche la Genesi rispetta questa distinzione tradizionale, si vede chiaramente che i due racconti della creazione corrispondono rispettivamente al macrocosmo e al microcosmo. Infatti, il primo racconto si riferisce propriamente alla creazione del cosmo, mentre il secondo si occupa in modo specifico della creazione dell’uomo. Di conseguenza, tutto ciò che fa parte del secondo racconto della creazione, deve essere interpretato allegoricamente come riferito al microcosmo, cioè all’uomo. Per esempio gli animali rappresentano gli istinti e le sensazioni dell’anima umana. Invece, tutto ciò che fa parte del primo racconto della creazione, deve essere interpretato allegoricamente come riferito al macrocosmo, cioè alle leggi cosmologiche d’ordine generale.

Gli animali nel microcosmo

Secondo una certa tradizione gli animali devono essere interpretati, allegoricamente, come una rappresentazione degli istinti, delle pulsioni, dei desideri, delle sensazioni e dei sentimenti. Si chiamano dunque “animali” in quanto dotati di anima ovvero in quanto rappresentazioni dei moti dell’anima e dei tipi psicologici.

In generale l’uomo, come apice della creazione, riassume in sé tutte le facoltà dei gradi di esistenza inferiori, per cui l’anima umana risulta composta da tre diversi tipi di anime: l’anima vegetativa, tipica delle piante; l’anima sensibile, tipica degli animali; l’anima intellettiva, che è propria dell’uomo. San Tommaso d’Aquino le chiama rispettivamente: anima vegetabilis, anima sensibilis, anima rationalis.  Questa tripartizione dell’anima è una sistemazione effettuata dalla Scolastica sulla base delle considerazioni espresse da Aristotele nel De anima: le piante hanno solamente la funzione nutritiva (θρεπτικόν) e generativa (γεννητικὸν); gli animali hanno anche gli appetiti (ὀρεκτικόν), la sensibilità (αἰσθητικόν) e la locomozione (κινητικὸν); l’uomo ha in aggiunta a tutte queste funzioni anche la facoltà intellettiva (διανοητικόν).

Sulla base di questa corrispondenza simbolica ed allegorica, le piante e gli animali rappresentano rispettivamente, nella Genesi, le funzioni dell’anima vegetativa e dell’anima sensibile, che è detta tale in quanto soggetta ai sensi. Filone di Alessandria lo dice chiaramente paragonando i sensi ad un branco di animali: «la natura ha fatto nascere insieme a ciascuno di noi una mandria e, in effetti, l’anima fa spuntare come da un’unica radice due germogli, di cui uno, lasciato assolutamente indiviso, è detto intelletto, mentre l’altro, diviso sei volte, consta di sette parti: i cinque sensi e i due organi della fonazione e della generazione. Ora, tutto questo gruppo, essendo privo di ragione, è stato paragonato a delle mandrie e pertanto, secondo una legge di natura, esso ha necessariamente bisogno di una guida proprio in quanto è una massa». L’intelletto ha il compito di governare i sensi e gli istinti come un pastore la sua mandria, altrimenti essi prendono il sopravvento e si disperdono: «in un modo del tutto analogo si comporta la mandria dei sensi, la quale, subito approfittando dell’indolenza e della trascuratezza dell’intelletto, riempitasi a dismisura di un eccesso di sensazioni, scuote il giogo e va allo sbando dovunque le capiti».

In definitiva, gli animali rappresentano nell’uomo gli istinti e le emozioni, perciò il racconto biblico dell’imposizione dei nomi agli animali, da parte di Adamo, deve essere inteso come denominazione ma anche come dominazione. L’uomo denomina gli animali in quanto loro padrone, ovvero distingue in sé le proprie emozioni per dominarle con la ragione. Dal punto di vista linguistico, ciò significa che l’uomo incominciò a parlare mediante le interiezioni, per esprimere le proprie emozioni che egli distingueva in analogia con i caratteri irrazionali dei diversi animali: indolente, aggressivo, subdolo, timido, etc. La tradizione cristiana medievale, interpretando moralmente l’allegoria, considera i versi degli animali come espressione delle diverse attitudini ed in particolare delle tendenze animalesche verso il vizio e il peccato: «l’avaro ulula come un lupo […] il lussurioso nitrisce come un cavallo […] il superbo ruggisce come un leone».

Gli animali nel macrocosmo

Gli stessi animali che nell’essere umano rappresentano gli istinti o le sensazioni, dal punto di vista cosmologico rappresentano i cicli cosmici ovvero le diverse fasi della manifestazione cosmica. Per rendersene conto basti considerare che tale concezione equivale chiaramente alla definizione dello zodiaco, in greco ζῳδιακός, cioè il grande circolo cosmico percorso dal sole durante l’anno, attraversando le dodici costellazioni poste sul piano dell’eclittica, associate alle dodici figure, per lo più di animali, che rappresentano le diverse fasi dell’anno solare: per esempio l’impetuosità dell’Ariete all’inizio di primavera, l’ardore del Leone nel pieno dell’estate, l’ambiguità del Capricorno nel punto di inversione del movimento del sole, ecc. In definitiva, ciò che nell’uomo sono gli istinti, i temperamenti o le tipologie caratteriali, rappresentati allegoricamente come animali, nel macrocosmo corrisponde alle tendenze naturali, alle stagioni, alle diverse fasi o forme dei cicli cosmici.

Pertanto, considerando nel libro della Genesi il primo racconto della creazione, possiamo notare che i diversi animali sono caratterizzati da specifici movimenti la cui forma rappresenta un particolare tipo di ciclo cosmico: i grandi cetacei che si muovono con moto oscillante sul piano verticale, per metà in emersione e per metà in immersione, rappresentano i grandi cicli cosmici di manifestazione e occultamento; i rettili che si muovono oscillando a destra e sinistra sul piano orizzontale, rappresentano i cicli armonici che alternano tendenze opposte, gli uccelli che muovono le ali in sincronia rappresentano i cicli evolutivi, i mammiferi che camminano con moto sospeso compiendo con gli arti delle traiettorie epicicloidali, rappresentano i cicli biologici e storici che sono soggetti a nascita, crescita, culmine, declino ed estinzione.

Origine del linguaggio

Dal punto di vista linguistico, il passo della Genesi in cui l’uomo denomina gli animali può essere interpretato in tre diversi modi:

  1. L’uomo inventa i nomi per imitazione dei versi degli animali, perciò il linguaggio umano ha una origine onomatopeutica.
  2. L’uomo attribuisce i nomi ai suoi istinti o sentimenti rappresentati allegoricamente sotto forma di animali, perciò il linguaggio deriva dalle cosiddette “interiezioni”.
  3. L’uomo attribuisce i nomi agli archetipi cosmologici che sono alla base della manifestazione universale, perciò il linguaggio umano è la trasposizione del Logos divino che è il principio d’ordine dell’universo.

Ebbene, le prime due interpretazioni corrispondono effettivamente a teorie linguistiche proposte in particolare nel periodo dal XVIII sec. fino al XIX sec. Queste teorie sull’origine del linguaggio umano si focalizzarono sui fenomeni linguistici, di tipo imitativo, in cui la forma fonetica ha un legame diretto e naturale con il significato da essa indicato: le onomatopee e le interiezioni.

Tuttavia il celebre filologo Max Müller, le considerò come fenomeni linguistici marginali e li indicò ironicamente con dei termini infantili: «Per risolvere questo problema sono sorte due teorie che per brevità io chiamo teoria del bow-wow e teoria del pooh-pooh. Stando alla prima, le radici sono imitazioni dei suoni; in base alla seconda, sono delle interiezioni involontarie».

L’idea che il linguaggio si sia formato a partire dalle onomatopee non traspare negli autori antichi se non in forma velata. Secondo Erodoto, il faraone Psammetico I fece un crudele esperimento per stabilire quale fosse la lingua originaria dell’umanità, ovvero la lingua parlata dall’uomo per natura senza condizionamenti culturali. Allo scopo incaricò un pastore di allevare due neonati in mezzo al suo gregge, senza che nessuno potesse comunicare con loro. Dopo due anni il pastore riferì che la prima parola pronunciata dai bambini fu βεκός che in lingua frigia significa “pane”, perciò ne dedusse che i Frigi fossero più antichi degli Egiziani. Ora è altamente improbabile che gli Egiziani, così gelosi della loro millenaria antichità, abbiano ammesso che i Frigi fossero più antichi di loro, perciò si tratta di una di quelle tante “stupidaggini” che secondo lo stesso Erodoto i Greci raccontavano su Psammetico (Ἕλληνες δὲ λέγουσι ἄλλα τε μάταια πολλὰ). Il tono scherzoso della storiella si intuisce dal fatto che la prima parola pronunciata dai due bambini fosse βεκός, cioè chiaramente una imitazione del verso delle pecore o capre in mezzo alle quali erano vissuti, cioè behebehek, da cui il nome del maschio della capra: Bock in tedesco, becco in italiano.

Nel 1730 Giambattista Vico ipotizzava che il linguaggio primitivo si fosse formato inizialmente a partire dalle onomatopee: «nello stesso tempo, che si formò il carattere di Giove, che fu il primo di tutti i pensieri umani gentileschi, incominciò parimente a formarsi la lingua articolata, con l’onomatopea, con la quale tuttavia osserviamo spiegarsi in gran parte i fanciulli: ed esso Giove fu da’ Latini detto dal fragor del tuono dapprima Jous; dal fischio del fulmine da’ Greci fu detto Ζεύς» .

Max Müller, invece, ridimensiona drasticamente il ruolo svolto dalle onomatopee: «La nostra obiezione è che, sebbene in ogni lingua vi siano dei nomi formati per mera imitazione dei suoni, tuttavia questi rappresentano una molto limitata porzione del nostro dizionario. Essi sono i giocattoli, non gli strumenti del linguaggio, e ogni tentativo di ridurre le parole più comuni ed utili alle radici imitative è destinato a fallire».

Anche Ferdinand de Saussure osserva: «Ci si potrebbe basare sulle onomatopee per dire che la scelta del significante non è sempre arbitraria. Ma esse non sono mai elementi organici di un sistema linguistico. Il loro numero è d’altra parte assai meno grande di quanto si creda […] non soltanto sono poco numerose, ma la loro scelta è già in qualche misura arbitraria, poiché non sono altro che l’imitazione approssimativa e già a metà convenzionale di certi rumori».

Come secondo meccanismo di formazione delle parole, dopo le onomatopee, Vico aveva preso in considerazione le interiezioni: «Seguitaron’ a formarsi le voci umane con l’interjezioni, che sono voci articolate dall’empito di violenti passioni, che ‘n tutte le lingue son monosillabiche. Onde non è fuori del verisimile, che da’ primi fulmini incominciata a destarsi negli huomini la maraviglia, nascesse la prima Interjezione da quella di Giove, formata con la voce pa, che poi restò raddoppiata pape; onde poi nacque a Giove il titolo di Padre degli huomini, e degli Dei».

Al che ribatte sempre Max Müller: «La nostra obiezione a questa teoria è la stessa che per la precedente. Non ci sono dubbi che in ogni lingua vi siano delle interiezioni, e che alcune di esse siano diventate tradizionali, e che siano entrate nella composizione delle parole. Ma queste interiezioni sono soltanto marginali rispetto al vero linguaggio. Il linguaggio comincia laddove finiscono le interiezioni».

Aggiunge Saussure: «Le esclamazioni, molto vicine alle onomatopee, danno luogo a osservazioni analoghe e sono altresì poco preoccupanti per la nostra tesi. Si è tentati di vedervi delle espressioni spontanee della realtà, dettate, per dir così, dalla natura. Ma per la maggior parte di esse si può negare che vi sia un legame necessario tra il significante e il significato. Basta confrontare a questo riguardo due lingue per vedere quanto tali espressioni variino da una lingua all’altra».

La teoria fonosemantica

Per lungo tempo, sia i sostenitori che i detrattori dell’ipotesi naturalista, hanno discusso unicamente sul caso specifico delle onomatopee e delle interiezioni, trascurando l’ipotesi di un criterio imitativo generale. Infine fu evidente che le onomatopee e le interiezioni non hanno i requisiti sufficienti per candidarsi come criterio universale di formazione delle parole, poiché hanno un ambito di applicazione molto limitato, differiscono sensibilmente da una lingua all’altra e hanno comunque un certo grado di arbitrarietà. Così, agli inizi del XX sec. la linguistica moderna pose termine alla disputa accettando il postulato di Ferdinand De Saussure: «il legame che unisce il significante al significato è arbitrario» .

Tuttavia se guardiamo a Platone, che per primo pose la questione, e a tutti gli autori che se ne sono occupati in forma esplicita, possiamo renderci conto che nessuno di essi ha mai preso nella minima considerazione né le onomatopee né le interiezioni. Secondo quanto scritto da Marin Mersenne, John Wallis, Gottfried Wilhelm von Leibniz, Charles de Brosses, etc. il valore fonosimbolico dei suoni vocali verte piuttosto su concetti di tipo geometrico e cinematico, quali ad esempio la grandezza, la lunghezza, il movimento, la stasi, la sottigliezza, la levigatezza, l’interiorità, la rotondità, etc. Studi ancor più recenti, per esempio di Köhler, Jakobson, Ohala, etc. hanno ribadito la connessione del fonosimbolismo con la geometria. Dalla concordanza dei vari autori possiamo desumere un principio generale per la fonosemantica: la correlazione fonosimbolica, tra il significante ed il significato, si basa sull’analogia di forma, descritta in termini geometrici, tra la rappresentazione esterna (voce) e la rappresentazione interna (idea).

Questo principio ci riporta al terzo modo di interpretare il mito linguistico della Genesi: Adamo assegna i nomi agli animali, cioè ai principi che governano il mondo, sulla base dell’analogia geometrica. Infatti, in ebraico egli chiama i grandi cetacei con il nome taninnim che deriva da nun, la vibrazione nasale che già presso gli egizi indicava il grande oceano cosmico, rappresentato come un serpente avvolto su se stesso che ispirò, nell’Egitto del periodo ellenistico, la figura alchemica dell’οὐροβόρος. Chiama invece il movimento dei rettili con il nome sherets dalla radice SH+R che secondo Fabre d’Olivet è «composta dai segni del movimento relativo e proprio, cioè circolare e rettilineo». Di conseguenza essa esprime l’idea di un movimento sinusoidale o elicoidale, cioè la risultante della composizione dei due moti circolare e rettilineo. Chiama gli uccelli con l’espressione chof ichofet, che si potrebbe tradurre approssimativamente come “i volatili che volano” ma l’ebraico usa con la combinazione dei suoni CH e F per indicare rispettivamente compressione ed espansione. Infine i mammiferi sono chiamati behemoth dalla radice B+H+M che indica, al contrario, una sequenza di espansione e contrazione. Tutti questi movimenti tipici delle diverse categorie di animali, denominati in modo fonosimbolico, rappresentano le diverse modalità di manifestazione sotto forma di cicli cosmici. Questo simbolismo, di tipo universale, si può ritrovare nelle diverse tradizioni, cosicché ad esempio i mammiferi a quattro zampe, così come i behemoth della Genesi, rappresentano la cicliclità epicicloidale anche nella tradizione indù in cui la legge (dharma) è rappresentata come un toro che si appoggia inizialmente su quattro zampe perdendo l’appoggio di una zampa ad ogni sottociclo, oppure nella tradizione dell’antico Egitto, in cui la costellazione del Carro maggiore era chiamata meskhetiu ed era rappresentata come la coscia di un toro con una sola gamba, come ad esempio nella tomba di Senmut e nel tempio di Dendera.

FONTE

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Ermete Trismegisto, Asclepius, 10 > Corpus Hermeticum, a cura di Valeria Schiavone, BUR Rizzoli, Milano, 2001.

– Erodoto, Historiae, II, 2, 4.

– Esiodo, Le opere e i giorni, v. 109-201.

– Filone d’Alessandria, De agricoltura, 30-31.

– Luca Apulus, Sermones, 17, ff. 356 e 447.

– S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiaeQuaestio de anima.

– Giambattista Vico, Principj d’una Scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni, Felice Mosca, Napoli, 1730.

– F. M. Müller, Lectures on the Science of Language, Longman – Green – Roberts, London, 1864.

– Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, Paris, 1916 > Corso di linguistica generale, La Terza, Bari, [1967] 1986.

– Filippo M. Leonardi, Il terzo principio della Fonosemantica, academia.edu, 2016.